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La nonnina di Selegas compie 105 anni


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Paese

Dati Generali
Il paese di Nurri
È un centro del Sarcidano, nella provincia di Nuoro. Sorge ad una altitudine di 590 m. s.l.m, in un’area compresa tra il Lago del Medio Flumendosa e il Lago di Mulargia. In questo territorio collinare, dove si trova anche la lecceta Padenti Mannu, il paesaggio è incantevole e si presta a splendide escursioni. Nurri oltre che per la produzione vitivinicola e delle olive è noto per la produzione di mole sarde, realizzate in basalto, per la molitura del grano. Oggi la produzione continua, ma il suo utilizzo è prettamente ornamentale. Le testimonianze archeologiche consentono di stabilire che il territorio di Nurri era abitato fin dall’epoca preistorica, tracce più recenti riguardano il periodo romano: a poca distanza dal paese si trova il sito della città romana di Biora, mentre nel lago Mulargia, nei periodi di secca, riemerge il ponte romano utilizzato come unico collegamento tra Sarcidano e Trexenta.
Il territorio di Nurri
Altitudine: 268/761 m
Superficie: 73,9 Kmq
Popolazione: 2431
Maschi: 1226 - Femmine: 1205
Numero di famiglie: 861
Densità di abitanti: 32,90 per Kmq
Farmacia: corso Italia, 78 - tel. 0782 849032
Guardia medica: via Casula, 1 - tel. 0782 849191
Carabinieri: via Aldo Moro, 10 - tel. 0782 849696

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Storia

NURRI, villaggio della Sardegna, nella provincia e prefettura d’Isili, capo luogo di mandamento con giurisdizione sopra Orròli e Villanova-Tulo, già compreso nella curatoria di Seurgus del regno Pluminese.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 43', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 7' 30".

Siede nella falda occidentale del Corturas colle conico con circonferenza alla base di circa 6 miglia, però protetto da’ venti del levante ed esposto agli altri, ma non a tutti egualmente per i ripari che sorgono in alcune parti, e fondasi sopra uno strato delle materie eruttate dal vulcano, del quale sono ancora permanenti le traccie sulla sommità della eminenza a distanza di men di un miglio.

Quivi passa la via regia che mena nell’Ogliastra traversando il Flumen-Dosa sopra un ponte di pietra costrutto a spese del comune nel 1753 sotto la direzione dell’architetto Giuseppe Dessi di Cagliari.

Il termometro levasi nell’estate a 27 e 28°, nell’inverno oscilla fra’ 12° e 0° secondo i venti che dominano. Di rado discende più sotto, e allora il ghiaccio che formasi nella notte non ispessisce mai più di un dito, nè il nevazzo dura più di otto giorni solitamente non più alto di due spanne, avvenendo solo a lunghi tratti di tempo che lo strato sia denso un metro e più.

Nella primavera e l’autunno per la prossimità del Flumendosa la nebbia spargesi sopra il suolo, e assai crassa nella mattina e nella sera, e accade che il sole non la possa diradare e resti l’aria intorbidata uno o più giorni. Quando la stagione è calda sogliono di tanto in tanto sopravvenire dei temporali di grandine e fulmini, e la grandine fa talvolta gravi guasti.

L’aria di Nurri potrebbe essere più salubre e pura se si togliessero tante sorgenti di miasmi, quante sono ne’ letamai che si ammucchiano all’orlo del paese e dentro, come pure ne’ pantani de’ cortili.

Pochi benestanti fanno esportare l’immondezze delle stalle e delle case sulle loro terre, tutti gli altri le gittano ne’ luoghi indicati, dove poi si appiccia il fuoco per consumarle con grave molestia al senso dal fumo ingratissimo che si sparge intorno.

Devesi qui dire che nulla sia più pernicioso della peste dei cadaveri, la quale sentii nella parrocchia, dove a dispetto della proibizione si seppellivano i cadaveri, e nella cappella di s. Ambrogio dove si portavano i corpi morti de’ poveri e degli orfanelli, i quali vi restavano insepolti; perchè non potendosi aprir fossa nella roccia su cui è la chiesetta, altro però non si faceva, che gittare alcuni pugni di terra, quanto bastavano a coprirli alla vista.

Nella costruzione delle case di questo paese è adoperata solamente la pietra, e si opera secondo il disegno delle case de’ villaggi del Campidano con cortile e loggie avanti, orticello a dietro, e vari appartamenti per gli ospiti, la famiglia, la cucina, il magazzino ecc., come poco fa abbiam notato descrivendo Nuraminis. Le vie sono irregolarissime, storte, disugualmente larghe, aspre e in alcuni tratti pantanose d’inverno.

Territorio. La superficie del nurrese si può computare non molto maggiore di miglia quadrate 26. A levante ha per limite il Flumendosa, a settentrione il Carrullo, a ponente il primo de’ rivoli del fiume Molargia. L’abitato è presso al limite australe in vicinanza di Orroli.

Questo territorio è compreso in mezzo alla distrutta superficie del grande altipiano, del quale il monte Cardiga è una delle parti maggiori, e restano ancora visibili alcuni frammenti nel dorso orizzontale delle varie eminenze che sorgono intorno, le quali siffatte eminenze spianate che ne’ luoghi a ponente diconsi giare (jaras), qui come pure nell’alta Ogliastra sono dette tacus. Indicherò poi il monte di Baraxedu in via di Mandas ne’ limiti di questo con Donnigala.

I tacus nurresi sono, 1.º il taco di Gùzzini, 2.º il taco deis Cangialis, 3.º il taco de planu de muru, 4.º il taco de Correli. Il primo ha miglia cinque nella circonferenza del piano; il secondo ha la piattaforma lunga un miglio e mezzo, ma poco larga; il terzo rotonda e piccola; il quarto è un terrazzo lungo circa 3 miglia e largo come il 3.º da 3 a 400 passi.

Tra queste eminenze apresi un largo piano solcato di piccole valli, irrigate da più fonti e da ruscelli. A levante è poi la gran valle del Dosa.

In questa contrada sono molto sparse le produzioni vulcaniche e le pietre delle macine, cui i nurresi porgono a tutto il Campidano; abbonda la roccia calcarea, e l’arenaria fina per pietre da ruotare, e trovansi marmi assai bianchi, diaspri, argille di gran pregio, terre che darebbero un’ottima majolica, ocre gialle, rosse e di altri colori, e diversi minerali anche in siti non molto distanti dal paese, de’ quali nè dispendiosa sarebbe l’escavazione per la piccola profondità in cui sono, nè difficile la fusione per l’abbondanza delle legne, essendosi riconosciuto lo zolfo, il vitriolo, il bismuto, il piombo e il rame.

Le acque sono abbondantissime in questo territorio se si eccettui la regione prossima a quel di Doni-gala, dove è una sola fonte. Indicherò le principali sorgenti che fan rivolo: Sa mitza frida (fontana fredda); Funtana de’ su tuvu; Funtana de’ sos alinos; Funtana Porru; Funtana de’ su Coloru; Sa mitza de sas porcarjos, e tante altre che scaturiscono tutte dalla falda del Guzzini, e ministrano acque fresche e leggiere, parte delle quali si versa nel rio Carrullo, piccolo influente del Dosa, parte nel Molargia, altro tributario dello stesso fiume.

Delle altre fonti che sono in altre regioni nominerò la fontana Senussi presso la via di Mandas, la Terrabra prossima al paese, la fontana di Reigi a piè del colle del villaggio, e la fonte comune nell’estremità del paese, dalla quale sgorga un’acqua di gran bontà abbondante e tepida nell’inverno, un po’ scarsa ma molto fresca nell’estate.

Fiumi. Dalla suindicata fontana degli alni comincia un rivo dello stesso nome che scendendo cresce per frequenti acquisti, e maggiormente quando riceve il Riomanno proveniente dalle scaturigini che sono nella pendice del colle del paese contro maestro. Il fiume che formasi dalle loro acque dopo percorsa la valle di Nurri si unisce al fiume di Serri, e col nome di Rio Molargia scorre verso ostro-sirocco al Dosa.

Il Carrullo, che ha sua origine nel Sarcidano e cresce da alcune acque del Guzzini, tra le quali la Mitzafrida, e quella de’ Porcari con altre dieci o dodici che son prossime.

Non sono nel territorio altre acque ferme che le raccolte nella Piscina di Cucuru de domos, presso il paese. Nè pur nella grande estate si dissecca in tutto.

Boschi. I principali sono quelli di Planumuru nelle pendici e falde del monte fino al fiume Dosa, per il quale è separato da’ boschi della Barbagia, e quello di Guntrugioni alla pendice del taco deis Cangialis sopra un luogo di roccie rosseggianti molto aspre. Il primo è assai maggior del secondo, e abbondante più di lecci, che di quercie: gli alberi non sono tutti in buono stato per i tagli irregolari finora permessi, nè la selva sempre continuata per causa degli incendi. I frutti non sono per i soli porci rudi, perchè quanti hanno majali vanno a raccoglier ghiande, e ne fanno gran consumo le vacche e le capre.

Selvaggiume. Sono numerosi i cinghiali (sirbonis e sirbas), i cervi e le cerve (mardinas), i mufioni in Planumuru e Guntrugioni, i daini, le volpi, i conigli, le lepri; e i cacciatori non faticano indarno agitando le selve. Vedonsi spesso aquile, avoltoi, falchi ed altri grifagni, occorrono passo passo le pernici, i colombi, le tortori ecc.; e gli uccelli di canto, e principale fra essi l’usignuolo rallegrano le prime e le ultime ore del giorno con una dilettosa melodia. Nel Dosa nuotano molti uccelli acquatici.

Nel 1843 erano in Nurri famiglie 496, che comprendevano anime 2325, distinte in maggiori d’anni 20 maschi 755, femmine 762, e in minori maschi 396, femmine 412.

I numeri medii del movimento annuale erano di nascite 85, morti 40, matrimonii 20.

Le malattie che predominano in Nurri sono infiammazioni di genere vario, febbri periodiche, catarrali ecc.

I nurresi sono generalmente di statura breve, ma ben proporzionati e robusti, e alcuni di gran vitalità. Non è raro veder vecchi di 75 e 80 anni che vanno snelli, e mantengono le forze e i sensi, e non è molto che tra uomini di tanta e di maggior età si riguardava con meraviglia un uomo di 112 anni (D. Raimondo Tolu) agile ancora di persona e intero di sensi. La mortalità è più frequente dal settimo all’anno ventunesimo.

Le donne sono belle di fattezze e di taglia, e graziose, ma piccole di corporatura.

Non vedonsi storpiature di alcuna sorte.

Nel rispetto morale gli uomini di questo paese sono laboriosi e pacifici; le donne buone massaje, e il costume pubblico ben sostenuto. Amasi il divertimento e piace di bere fino alla ilarità, di rado oltre. Si vede la religione, ma si vede pure talvolta la superstizione, dominando ancora certe credenze stolte.

Rare volte si raccogliono esposti, e allora vi son portati da altri paesi. Vennero in Nurri alcune donne straniere e poco virtuose; ma vedendosi abborrite e temendo della stessa vita dovettero presto fuggire.

Ballasi nel sabbato a sera e nella domenica; nel carnevale molti si mascherano, e i giovani corrono sul cavallo or singoli, or a due o a tre abbracciati.

Ne’ funerali spesso si usa il compianto in versi, ma nessuno de’ parenti va ad accompagnare il defunto. Il becchino è una persona tanto abbominata, quanto lo sia il boja. Se egli tocchi una cosa questa dev’esser gittata via o annientata.

Mangiasi pane di frumento, e da’ volgari il cribarju, pane grossolano, e alcuni se abbiano consumato il granajo prima di avere il nuovo frumento fan pane dell’orzo nuovo, nè manca in alcuna casa la minestra di paste o di legumi, e la provvista del vino. Si aggiungono al vitto latticinii, erbe ortensi e frutta. Nella domenica quasi tutti hanno il lesso e l’arrosto.

Nel vestire e uomini e donne non usano alcuna particolarità. Il cojetto portasi da’ più attempati, e da questi poi e dagli altri una piccola pelliccia rufa che arriva a’ fianchi, il sacu de coberri, il cappotto che giugne alle ginocchie, la gabanella che scende fino a’ garetti, la cintola e la cartocciera con gran coltello traversato, i borsacchini di pelle, le calze di panno, il bastone, e nutronsi lunghe le chiome, che ridotte in una o più treccie, sono rivolte sul capo e fermate nel raddoppiamento della berretta sulla fronte. Le donne amano nelle gonnelle il color rosso, in tutto il rimanente pajono campidanesi.

Sono in Nurri due famiglie nobili, e molti grandi proprietari, tra’ quali si possono numerare i Pitzalis, i Carrus, i Marras, i Secci, i Mulas ec. I piccoli proprie-tari sono in grandissimo numero, e si potrebbero facilmente contare le famiglie che non posseggano qualche cosa in case, terre chiuse o aperte.

Pure nella classe meno agiata quando una figlia deve andare allo sposo, il padre di lei manda tanto corredo alla casa nuziale, che vogliansi per il trasporto tre o più carra.

Si pratica anche in Nurri in occasione che si dimanda in isposa una figlia, che il paraninfo vada nella casa di costei a ricercare una rosa, un giglio, una colomba, una agnella, una vitella, e che se gli faccian vedere altre donne o fanciulle prima di colei che è la richiesta: nella quale occorrenza il paraninfo giuoca di spirito, e studia alle finezze e alle facezie.

Si pratica parimente di versare a grosso pugno grano e altre semenze su gli sposi, quando dopo la benedizione vanno con accompagnamento pomposo alla casa maritale.

Distinzione personale. Il numero maggiore de’ nurresi sono agricoltori, i rimanenti esercitano la pastorizia, o fanno alcuno de’ mestieri necessari in una popolazione, o si occupano di qualche ufficio.

Si numerano ferrari 6, maestri di carri, come dicono, 15, bottari 30, muratori 20, sartori 5, scarpari 12, figuli, i quali però fabbricano meglio tevoli e mattoni con l’argilla che scavano nella sponda della suddetta piscina, 15.

Aggiungerò pescatori 25, che fanno loro opera nel Dosa raccogliendo ne’ nassai anguille e trote, ed alla propria stagione le saboghe, e vendono pure le piccole testuggini prese nelle sponde delle stesse acque; indicherò dopo questi quegli altri che vettureggiano a proprio conto i prodotti del paese; gli osti ecc.; finalmente noterò notai 10, medici 2, flebotomi 5, farmacisti 1, levatrici 2.

Alla scuola primaria concorrono non più di 20 fanciulli, e le persone che in tutto il paese san leggere e scrivere possono computarsi a 60. In questi essendo compresi quelli pure che studiarono la grammatica nelle scuole di qualche ginnasio, può il lettore intendere qual frutto dopo 24 anni siasi ottenuto dall’ottima istituzione dell’insegnamento primario.

Agricoltura. Il territorio nurrese è nelle più sue parti assai produttivo, e compensa abbondantemente la diligenza del colono, se non manchi con tempestive pioggie la benedizione del cielo.

Gli uomini che faticano sopra il terreno sono non meno di 550, e i buoi che i medesimi hanno nelle opere campestri a loro servigio non meno di 500. Ho lodato i nurresi gente laboriosa e devo aggiungere che i principali stessi, che altrove ozieggiano e guardano i lavoranti, qui non isdegnano mostrar coll’esempio la maniera di lavorare.

Co’ singoli gioghi si suol seminare starelli 10 di fromento, 5 d’orzo, 3 di fave, 4 di legumi. Sono de’ proprietari che hanno fin 25 o 30 gioghi; i quali in tempo che non devono faticare su’ campi traggono le carra per trasporto di prodotti o d’altro. Il numero de’ carri è spesso prossimo a quello de’ gioghi.

A determinare la misura delle semenze diremo che seminano ordinariamente i nurresi star. di grano 2200, d’orzo 1000, di fave 650, di legumi 870, di lino 300.

La fruttificazione, in parità di tutt’altro, dipende dalla qualità delle terre, e dalla cura adoperatavi. In terre di forza e sarchiate gittasi il 30 e più, come avviene ne’ narboni, o novali, se siano stati ben impinguati dalle ceneri delle macchie sparse; in terre deboli e non bene lavorate la moltiplicazione di rado sopravanza il 10.

La prosperità de’ seminati in sulla fine d’aprile è tale, che un uomo a cavallo che costeggi un seminato ha il capo anche della protesa del braccio inferiore alle spighe.

L’orzo spesso fruttifica più del frumento, e pari-mente la fava. I legumi però non oltrepassano che di rado il 7. Le specie ordinarie sono piselli, ceci, fagiuoli, lenticchie.

Il lino rende di seme tre quarre (star. 1 1/2), o quattro (star. 2), dando di fibra 320 manipoli.

Di canape se ne semina poco, come pure di meliga. Le patate sono poco curate.

Orticoltura. Qui consideriamo non gli orti domestici, dove tra le solite specie per l’uopo delle famiglie sono alberi fruttiferi tra molta varietà di fiori odorosi; ma gli altri che sono così propriamente detti, e in numero di circa 35, nei quali si coltivano lattuche, pomi d’oro, melloni, coccomeri, zucche, cavoli e tante altre piante. I prodotti provano l’attitudine del suo-lo. Il fico d’India che altrove fa densa orrida siepe qui vedesi in piccole macchie in qualche orto.

Vigneto. Comprendesi nel medesimo una superficie di più centinaja di starelli; e sono i particolari predi cinti di mura alte più che potesse parer necessario, e coronate di fasci di acutissime spine. Le varietà delle uve sono molte, e i grappoli di quella che si mangia, e dell’altra che si calca nel tino, grossi e pieni. Fra’ primi nomineremo l’uva che dicono tita-e bacca (mammella di vacca) dalla sua forma e grossezza; l’ollastrinu a grandi acini rossi; la zaccaredda bianca e rossa, d’acido simile a una susina; il moscatellone, ed altre che si sogliono far appassire. L’arte di conservarle nell’inverno non è conosciuta. Nelle pergole (is trigas) vedonsi spesso tra i pampini cangianti di colore i varii colori de’ diversi grappoli maturanti.

I fondi non sono sostenuti da pali o canne, come usasi da’ campidanesi, e i più grappoli toccano il suo-lo, senza che però patiscano se non sopravengono forti pioggie nella loro maturità.

La produzione de’ medesimi è copiosissima. Sono de’ fondi e non pochi che possono riempire una misura di due starelli. Da quindici fondi è ordinario che diasi una mariga (mis. di 8 quartare) di mosto. La quantità superando la misura enorme della consumazione, il superfluo vendesi ai paesi vicini.

I vini comuni sono lodati per bontà, a tra’ gentili è più amato il moscatello, del quale quanti possono si empiono alcune botticine per versarlo nelle feste ed agli ospiti. I benestanti poi vogliono fornita la cantina delle altre qualità gentili che si usano, malvagia, girone, cannonao, vernaccia, semidano, monica ecc.

Il salto di Nurri potrebbe a taluno parere una regione, dove la vite fosse indigena; così essa è sparsa per tutto e con tanta prosperità vegeta porgendo in suo tempo questa spurra, quale essi la chiamano, grappoli di acini variocolorati e deliziosi. Essa trovasi in tutte le parti arrampicata alle altre piante, e principalmente sulle amenissime sponde de’ rivi.

Fruttiferi. Senza quelli che abbiam notato negli orti,

o giardini domestici, è nelle vigne grandissimo numero di individui di varie specie sì che supereranno i diecimila.

Gli olivi sono sparsi ne’ predi, e non v’ha che un sol luogo, nel quale coltivinsi esclusivamente. Se ne fa olio in molini di altri paesi. Gli agrumi, comecchè vengano felicemente, non han finora meritato grande attenzione, come non l’hanno meritato i ciriegi. Le specie più comuni sono mandorli, peri, fichi, susini, granati, meli, albicocchi, peschi e massimamente fichi, e si distinguono molte varietà.

I castagni e i noci sono piuttosto rari, e più ancora i pini e i gelsi.

Come le viti così in tutto il salto sono varie sorta di fruttiferi, e non tutti silvestri.

Pastorizia. Se qui le terre sono attissime all’agricoltura non lo sono meno alla pastorizia, e quando non sia difetto di pioggie ai tempi debiti l’erba cresce maravigliosamente sulle sponde de’ fiumi e sulle ceas (luoghi bassi umidi e tepidi) nella primavera con quel rigoglio, quale abbiam più sopra detto di quella del frumento. Nella stessa stagione vegeta pure alta nelle pendici, e potrebbesi senza scemar l’alimento al numeroso bestiame farne taglio e riserva a tempi sterili. Morta in fin del maggio rinasce dopo le pioggie autunnali, ma perchè allora la temperatura si degrada essa non ha sviluppo.

Per le specie poi che amano le fronde queste sporgonsi ad ogni passo da frequentissimi alberi di varia maniera e dalle macchie. Il rovo è la macchia più comune e meglio vegetante, la quale se co’ suoi frutti dà nel proprio tempo un sussidio al vitto de’ pastori con le sue tenere frondi somministra alle capre, che ne son ghiotte, una nutrizione succosa, per la quale le loro poppe danno più latte nella mungitura.

L’altra macchia più sparsa è il lentisco, dalle coccole del quale le donne traggono dell’olio per i lumi e per condimento de’ cibi.

I pastori non sono forse meno di 320 uomini, e dico, vaccari 30, caprari 100, pecorai 100, porcari 70, cavallari 20.

Bestiame. In quello che si dice manso dopo quei tanti buoi, che abbiam notato in servigio delle opere rurali, noteremo le vacche mannalite, che si computeranno a 180, i cavalli e le cavalle manse non meno di 200, i majali circa 300, i giumenti per la macinazione (molentis) 450. I benestanti hanno tre quattro e più cavalli, e tra essi alcuni di razza, e in case di gran famiglia sono tre o quattro giumenti.

Nel bestiame rude si notano le specie e numeri seguenti, vacche, vitelli e vitelle 3600, capre 5000, pecore 10000, porci 5500.

I branchi delle vacche sogliono essere numerosi, e per indicarne alcuni, quello della chiesa maggiore non è meno di 200 capi, e quello di s. Daniele poco più di cento. Anche i branchi (ceddas) delle cavalle (equas) constano spesso di circa 200 capi.

I caprari soglion avere capanne di rami, e restare d’inverno tra’ boschi in luoghi ben riparati, nelle altre stagioni in luoghi più aperti.

I pastori mangian pane e latticini, e carne sol quando sieno visitati da qualche ospite, per cui uccidono subito uno de’ migliori capi, o quando qualche bestia muoja di morte non naturale.

Tanche. Sono queste in gran numero, e soventi di superficie assai estesa, in alcune delle quali sono sole macchie di rovi e prunastri, in altre ghiandiferi, in altre boscaglie e terre da essere lavorate. I proprietari vi mandano di notte i loro buoi con le vacche mannalite dopo averli nutriti con paglia, e ne li richiamano all’alba per le opere che sono a fare; altrimenti le affittano a qualche pastore.

Culture domestiche. Api. Negli orti delle case tra le molte piante fiorifere si sogliono tenere de’ bugni, e v’ha chi ne ha cento e più, chi 60, chi 40. Il totale de’ bugni, senza far ragione di quelli che i pastori curano in qualche tepido seno ne’ salti, può ascendere a 200.

Pollame. Le galline, le oche e i colombi sono le specie che si educano, delle quali si ha un buon supplemento per quando il macello sia chiuso; il che però accade di raro.

Cani. Quasi in tutte le case e in tutte le mandre essi fanno la guardia ora in due, ora in tre, e seguono poi il padrone sempre che voglia andar ne’ boschi a caccia. Sono essi della razza barbaracina, grandi di corpo, e feroci, che all’uopo sono forti ausiliari anche contro nemici armati, e in sella.

Commercio. Vendesi non piccola quantità di cereali, grano, orzo, legumi; vendesi vino e frutta, e mettonsi nel commercio capi vivi, formaggi, pelli, lana.

Gli articoli minori sono calcina, tevoli, mattoni, l’argilla che usasi in vece del fior di calce a imbiancare le pareti, pietre di macina, arenaria per coti, panno forese, tessuti di lino, legname ecc.

Il prezzo che ottienesi da siffatte merci può calcolarsi approssimativamente a lire nuove 120 mila.

Il trasporto o si fa co’ carri o sul dorso de’ cavalli, ma sempre con gran difficoltà, perchè le vie sono scabre e sassose, in qualche tratto fangose e spesso interrotte da rivi.

Pel commercio con la Barbagia e la Ogliastra si ha il ponte suddetto, per cui passerà la strada provinciale alla Ogliastra.

I nurresi frequentano le fiere de’ luoghi vicini per vendere alcuna delle merci minori, principalmente alla festa di s. Daniele in Serri, a quelle di s. Greca e s. Efisio in Isili ecc.

Religione. Nurri già compreso nella diocesi di Dolia, ora è in quella di Cagliari che ha unita la Doliese.

La chiesa parrocchiale dedicata all’Arcangelo Michele, è amministrata da un rettore assistito da altri quattro o cinque preti. Essa è rotonda con alta cupola, ed ha tre altari.

Le chiese minori sono intitolate una da s. Maria presso la parrocchia, l’altra da s. Ambrogio, la terza da s. Maria minore, o Marietta, come essi dicono, ambe all’estremità dell’abitato; quindi la chiesa di s. Francesco presso il convento de’ frati cappuccini, che spesso sogliono essere in numero di 30.

Fuori del paese è la cappella di s. Antonio da Padova a mezzo miglio di distanza, quella di s. Pietro nel taco di Guzzini, e quella di s. Giovanni a distanza di circa ore 1 1/2 in sulla sponda del Flumendosa verso tramontana. Eravi pure la chiesa di s. Priamo ora esecrata e cadente.

Le feste più solenni sono per s. Michele e per Maria Vergine nella parrocchia, per s. Rosa nella chiesa de’ frati, per s. Antonio da Padova e s. Pietro nelle rispettive cappelle campestri.

Per s. Michele e s. Rosa si corre il palio; la seconda festa è ancora più adorna per i fuochi artificiali.

Nel maggio si celebra una festa per la B. Vergine, che intitolan di Maggio, e nella processione che si fa si conducono sessanta e più gioghi ornati nelle corna di fiori, nel collo di campanelli e serti di provinca.

Anche nella processione per s. Antonio compariscono i buoi in più lunga schiera, e quanti hanno cavalli vanno in squadrone con quelli che fecero voto al santo di far parte della comitiva che conduce il suo simulacro.

I cerei. Nella vigilia della festa di s. Antonio quando il simulacro del santo dalla parrocchia si porta nella sua chiesa, è per voto antico di una parentela portato un cereo così grosso che appena si può abbracciare, ed alto più d’un cubito sulla statura ordinaria dell’uomo. Portasi acceso, si depone presso l’altare, dove arde per tutta l’ora degli ufficii, e finita la festa è riportato pure acceso presso il simulacro. Conservasi esso per un anno in una delle famiglie del casato obbligato al voto, e riparatosi il consumo, nel prossimo anno si cede a un’altra famiglia dell’agnazione.

Un consimile voto fu fatto in tempo immemorabile, e credesi nel pericolo per una mortalissima pestilenza, da persone d’un altro casato, per cui i loro discendenti movono da Nurri ogni anno nel primo mattino della vigilia dell’Assunta con un cereo ancora più grande composto in un carro, e vanno a Doni-gala, accompagnati dalle loro famiglie e da una grossa turba di devoti. Quel cereo arde presso l’effigie della

B. V. che rappresentasi, come in tutta la Sardegna, non già gloriosa come dee supporsi nella sua elevazione al cielo, ma giacente nel sonno della morte. Il giorno dopo la festa il cereo si riporta in Nurri e cedesi a un’altra famiglia.

Nelle feste si danza e si canta or alle canne (lioneddas), or a disputa, e i cantori ed improvvisatori sono onorati di una gran corona di popolo spesso plaudente.

Antichità. Molti nuraghi sono in questo territorio, ma per vederli bisogna andare su gli indicati tachi o altipiani, sull’orlo de’ quali, così come si vede nella giara di Gesturi, sono stati fabbricati molti di siffatti coni. In quello di Planu de muru, o Corturas, ve ne sono undici o dodici, in quello di Guzzini ve ne saranno 15, in quello di Correli ve n’ha un solo. I più grandi e degni di considerazione sono i nuraghi di Correli, Bacu-e murru, e Funtana e spidu.

Si indica il sito di alcune antiche popolazioni, una in su fundali sotto Guzzini a distanza di mezz’ora, l’altra presso la suddetta cappella di s. Pietro nello stesso Guzzini, la terza in prossimità al nuraghe di Bacue murru. In quei luoghi si trovarono vestigia e monumenti di antico popolo.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Nurri
20 Gennaio: San Sebastiano
24 Maggio: Maria Ausiliatrice
13 Giugno: Sant'Antonio da Padova
29 Giugno: San Pietro
7 Luglio: Sant'Elina
1° domenica Agosto: San Luigi
1° domenica Settembre: Santa Rosa da Viterbo